Chi corre un’ultramaratona: profilo, motivazioni e differenze rispetto alla maratona
Quando si parla di ultramaratona, l’errore più comune è pensare a una disciplina riservata a pochi “estremi”. In realtà, chi corre oltre i 42,195 km oggi appartiene a un mondo molto più vario. Nelle gare italiane si incontrano ex maratoneti, trailer, ciclisti convertiti alla corsa di resistenza e amatori che hanno iniziato tardi ma con grande costanza. Secondo i dati di partecipazione delle principali ultra europee, la fascia più rappresentata è spesso quella tra i 35 e i 50 anni, con una presenza crescente di donne, soprattutto nelle distanze tra 50 km e 80 km.
La differenza con la maratona non è solo nella lunghezza. Cambia il modo di gestire lo sforzo, cambia il rapporto con il tempo e cambia anche la motivazione. In maratona molti cercano un cronometro; nell’ultra, più spesso, si cerca una tenuta complessiva: fisica, mentale, alimentare, strategica.
- Chi arriva dalla maratona punta a una nuova sfida dopo aver stabilizzato il proprio livello sui 42 km.
- Chi arriva dal trail trova nell’ultra una dimensione più esplorativa e meno legata al ritmo puro.
- Chi inizia direttamente con le lunghe distanze spesso privilegia resistenza, regolarità e gestione rispetto alla velocità.
Secondo la letteratura sulla psicologia degli sport di endurance, le motivazioni più frequenti sono autonomia, ricerca personale, contatto con l’ambiente, appartenenza a una comunità e desiderio di capire fin dove ci si può spingere senza rompere l’equilibrio del corpo. È questo, più della distanza in sé, che spiega perché sempre più runner guardano oltre i 42 km.
Cosa cambia davvero oltre i 42 km: fisiologia, energia e gestione dello sforzo
Superata la soglia della maratona, il tema centrale non è più soltanto “quanto siete allenati”, ma come riuscite a preservare risorse per molte ore. L’ultramaratona richiede una corsa a intensità più bassa, con un peso maggiore della capacità aerobica, dell’efficienza meccanica e della tolleranza muscolare al danno ripetuto. Come spiegano diversi fisiologi dello sport, nelle ultra contano molto la capacità di ossidare i grassi, di assumere carboidrati durante la prova e di limitare i picchi di intensità che svuotano troppo presto le riserve.
Un maratoneta corre spesso vicino alla propria soglia. Un ultramaratoneta, invece, deve restare per ore in una zona sostenibile, alternando corsa e cammino quando serve. Anche il dispendio energetico cresce in modo non lineare per effetto del terreno, del dislivello, della temperatura e della durata complessiva.
- Energia: nelle prove lunghe l’assunzione di 60-90 grammi di carboidrati l’ora, se ben allenata in allenamento, può fare la differenza.
- Muscoli: quadricipiti, polpacci e muscoli stabilizzatori soffrono di più per l’accumulo di microtraumi.
- Idratazione: bere “a sensazione” non sempre basta; caldo, sudorazione e sali minerali vanno monitorati con criterio.
- Mente: la fatica cognitiva incide sulla scelta del ritmo, sull’alimentazione e persino sulla tecnica di corsa.
Secondo studi pubblicati su riviste di medicina dello sport, il calo nella seconda parte di una ultra dipende meno dal VO2max puro e più da pacing, nutrizione, esperienza e resilienza neuromuscolare. Per questo chi corre oltre i 42 km non vince improvvisando: vince chi spreca meno.
Perché sempre più amatori scelgono l’ultra: identità, comunità e preparazione mentale
La crescita dell’ultramaratona non si spiega solo con la moda del trail o con i social. C’è una ragione più profonda: molti runner amatoriali trovano nelle lunghe distanze un’esperienza meno rigida della maratona tradizionale. Il cronometro resta presente, ma non domina tutto. Conta la gestione, conta la capacità di stare nel disagio, conta il sapersi organizzare per ore. In questo senso l’ultra offre una forma di sfida che molti percepiscono come più completa.
Secondo diverse ricerche sulla partecipazione agli sport di endurance, chi sceglie un’ultra cerca spesso tre cose:
- Significato personale, cioè una prova che abbia un valore oltre il tempo finale.
- Comunità, perché il mondo ultra ha una cultura di condivisione molto forte, dagli allenamenti ai ristori.
- Padronanza mentale, cioè la capacità di restare lucidi quando la stanchezza sale.
Qui entra in gioco la preparazione psicologica. Non parlo di slogan motivazionali, ma di competenze concrete: dividere la gara in segmenti, accettare i momenti di crisi, evitare decisioni impulsive, riconoscere i segnali del corpo. Come raccontano molti allenatori italiani di endurance, l’atleta che finisce bene un’ultra non è sempre il più forte in senso assoluto: spesso è quello che sa rallentare un minuto prima del disastro.
Per questo l’ultramaratona attira chi ama il running come pratica di lungo periodo. Non basta la forma del giorno. Serve una cultura della pazienza, dell’ascolto e della continuità. Ed è proprio questa cultura, oggi, a renderla così attraente per tanti amatori evoluti.